SEI CHIODI STORTI – Dario Cresto-Dina

SEI CHIODI STORTI – Dario Cresto-Dina

SEI CHIODI STORTI – Dario Cresto-Dina

SEI CHIODI STORTI – Dario Cresto-Dina

Quella che state leggendo è la cronaca di una breve felicità. Nel pomeriggio di sabato 18 dicembre 1976 […] quattro favolosi italiani in braghe corte vincono a Santiago del Cile il campionato del mondo di tennis a squadre. Non diventeranno leggendari. A testimoniare l’impresa rimarranno solo una scarna documentazione e qualche resoconto frammentario.

A non pochi lettori avrà fatto specie il titolo del libro, Sei chiodi storti, e si saranno domandati il perché. Ecco, addentrandosi nella lettura si scoprirà che uno dei quattro protagonisti della spedizione di Santiago del Cile era solito custodire gelosamente sei chiodi, storti e arrugginiti, nella sacca dove trovavano posto racchette, asciugamani, magliette di ricambio e quanto poteva risultare utile ad un tennista durante un’incontro.

Questo libro è il racconto, la cronaca, di un’avventura in cui si vanno ad intrecciare, sino ad assumere le sembianze di una matassa via via più ingarbugliata, varie dimensioni. Quella sportiva, la principale, era pur sempre in palio l’atto finale tra l’Italia e il Cile per la conquista della Coppa Davis del 1976. Poi vi era una dimensione prettamente politica, e aveva il suo epicentro nella polemica, aspra, sulla convenienza o meno che la Nazionale si recasse a giocare in Cile, quel Cile governato dalla giunta militare presieduta da Augusto Pinochet e che solo tre anni prima, l’11 settembre del 1973, aveva rovesciato con un colpo di stato il governo democraticamente eletto dell’Unidad Popular guidato da Salvador Allende, morto assassinato all’interno del palazzo presidenziale della Moneda. E poi, ulteriore fattore di pressione, la battaglia che divampò sui media. A metà Anni Settanta l’informazione era cosa riservata per lo più ai quotidiani e ai settimanali che, ovviamente, vantavano tirature non paragonabili a quelle dei tempi attuali in cui le informazioni circolano per lo più in rete e sui social, con tutti i danni possibili annessi. A tal proposito, provate per un attimo ad immaginare un dibattito feroce come quello in merito alla partecipazione degli azzurri, veicolato dai social e non dalla carta stampata. Ad ognuno la libertà di trarre la sua personale conclusione.

Lo sport non è come tanti altri mestieri nei quali più invecchi e più diventi bravo. E il tennis è lo sport più difficile, lo sport dei pazzi e degli uomini soli. È cattivo, non esiste il pareggio, sai quando entri in campo ma non quando ne uscirai.

Mai vi fu definizione più azzeccata per descrivere il tennis, autore Nicola Pietrangeli. Il mito, il tennista italiano di riferimento per tutto il movimento ritiratosi, come singolarista, nel 1974. E, soprattutto, il capitano della Nazionale azzurra. Incarico che assunse nel 1976.

La vittoria sul campo di Santiago fu soltanto dei ragazzi, ma io mi tengo il merito, che non divido con nessuno, di averceli portati.

Questo era Nicola Pietrangeli. Un uomo dagli spigoli vivi, diretto, capace di reggere il punto e pronto a pagarne le conseguenze. Conseguenze che non si fecero attendere, tant’è che il capitano della nazionale pagò l’anno seguente, nel 1977 e dopo una finale di Davis persa a Sidney contro l’Australia, il clamore e gli animi smossi nel 1976 per ottenere il via libera per Santiago. E il fatto, non secondario, di non essere troppo amato dai suoi atleti. Troppi interessi, molti appetititi di potere anche all’interno della Federazione tennis, si erano risvegliati a causa delle polemiche cilene. Il tutto contribuì a far perdere a Pietrangeli il ruolo di capitano della Nazionale.

E la politica italiana? Il governo, un monocolore democristiano a guida Andreotti, rimase silente o quasi sino alla fine, ai primissimi giorni di dicembre quando diede il suo appoggio. Le opposizioni, quella dei comunisti, via via più possibilisti anche per i messaggi che giungevano dagli esponenti del P.c cileno in clandestinità, sino socialisti del nuovo corso craxiano, risolutamente contrari, che iniziarono a testare la politica dello stare più a sinistra dei comunisti italiani con la speranza di ottenere un incasso alle urne, lo stesso schema che si ripeterà con il caso Moro. Ma se questo era il mondo dei pro, contro, fate voi che circondava la Nazionale rimaneva vero il rischio di fare uno spot per il dittatore Pinochet ma, d’altro canto, osteggiare la partecipazione rimanendo a casa rischiava di compattare l’opinione pubblica attorno alla giunta. Tertium non datur e si decise pertanto di andare a giocare la finale. Il 3 dicembre Pietrangeli, Barazzutti e Zugarelli decollarono da Fiumicino alla volta di Santiago. Il 6 il governo, tramite un oscuro Ministro del Turismo e dello Spettacolo giustificava in Parlamento la decisione. Nel mentre la Rai faceva sapere che avrebbe rinunciato a trasmettere l’evento e di questo rimangono poche immagini per lo più amatoriali.

Sarà una finale senza storia, a livello sportivo. Vinceranno gli azzurri per 4-1 e l’unica sconfitta sarà quella rimediata da Zugarelli nell’ultimo, inutile ai fini della competizione, singolare. E sarà una finale che vedrà il doppio italiano, Panatta Bertolucci, indossare una maglietta rossa.

Il rosso era il colore dell’opposizione a Pinochet, il colore che le donne portavano nelle piazze, il colore della protesta, del coraggio e del sangue. […]. Era semplicemente un segnale, volevo testimoniare in qualche modo la mia vicinanza e la mia solidarietà al popolo cileno.

Come la finale fu una pratica liquidata velocemente, altrettanto velocemente fu liquidato l’arrivo dei vincitori a Fiumicino. Alcuni fotografi, qualche parente dei giocatori. Nessun tifoso. La vittoria in Davis si era tramutata in un’onta e non in un’onore. Un pensiero da archiviare il prima possibile.

Eppure erano una signora squadra, anzi due. Da un lato Panatta Bertolucci e dall’altro Barazzutti Zugarelli. Questione di carattere, di stile, di vivere e vedere le cose del mondo. Ma insieme funzionavano. Eccome se funzionavano. Arrivarono altre tre volte in finale di Davis, nel 1977, nel 1979 e nel 1980, sempre sconfitti all’ultimo atto. Ai quattro moschettieri si andò ad aggiungere Gianni Ocleppo che sostituì Zugarelli nel 1980. Erano forti, molto. Più come squadra che individualmente, e questo è un pò un non senso nel tennis. L’unico che raggiunse livelli di assoluto rilievo fu Adriano Panatta, in particolar modo nel suo indimenticabile 1976. Vincitore agli Internazionali d’Italia a Roma, al Roland Garros a Parigi e la Davis il tutto impreziosito dal quarto posto raggiunto nella classifica ATP.

Il tempo scorre, inesorabile. Porta con sé vittorie e sconfitte. Abbiamo assistito al fiorire di una nuova squadra azzurra, guidata in campo dalla stella di Jannick Sinner e in panchina dal capitano Filippo Volandri. Sono arrivate tre Davis consecutive, l’ultima senza la partecipazione del numero due al mondo, e il tempo si è preso Nicola Pietrangeli, da oggi capitano per sempre.

 

Titolo: Sei chiodi storti

Autore: Dario Cresto-Dina

Pagine: 156

Prezzo: 17,00 €

Editore: 66thand2nd

Edizione: 2016

 

 

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