“Parole come sacro, glorioso, sacrificio e invano mi mettevano sempre in imbarazzo. Le avevamo sentite, a volte in piedi nella pioggia quasi fuori portata d’orecchio, tanto che solo le parole gridate riuscivano ad arrivare, e le avevamo lette, sui proclami incollati dagli attacchini sopra altri proclami, ormai tante volte, e io non avevo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria e i sacrifici erano come i mattatoi di Chicago se con la carne non si faceva nient’altro che seppellirla. C’erano molte parole che non sopportavi di sentire e alla fine solo i nomi e i luoghi avevano dignità. Così era anche per certi numeri e certe date e queste parole insieme ai nomi dei luoghi erano le uniche che si potevano dire e che significavano qualcosa. Parole astratte come gloria, onore, coraggio o devozione erano oscene accanto ai nomi concreti dei paesi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e alle date”.
Con Addio alle armi, edito negli Stati Uniti nel 1929 dalla casa editrice Charles Scribner’s Sons, Ernest Hemingway compone quello che sarà destinato a diventare il grande romanzo della Prima Guerra Mondiale al fianco di Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, pubblicato nel medesimo anno. Prima di affrontare il libro è bene sapere che lo stesso Hemingway fu volontario per la Croce Rossa Americana sul fronte italiano, dove venne arruolato con il compito di autista di ambulanze. Fu gravemente ferito nel 1918 a Fossalta di Piave da schegge di mortaio e visse un’intensa storia d’amore con un’infermiera americana, Agnes von Kurowsky, durante la convalescenza a Milano.
Questo preambolo è necessario per comprendere la genesi di Addio alle armi. Libro sotto molti aspetti autobiografico, quantomeno nella scansione degli avvenimenti e dei protagonisti. Ma ciò che cattura maggiormente l’attenzione è la difficoltà nel raccontare, e giustificare, la guerra per quello che è, con il cascame di orrori che si trascina appresso. Difficoltà che nello svolgimento del romanzo diventerà una vera e propria presa di distanza. E ancora, come suggerisce il titolo originale A Farewell to Arms, nell’opera è possibile veder sottinteso un doppio addio, dove arms sta a significare sia armi che braccia. Pertanto si è di fronte a un doppio addio, alla guerra e alle braccia dell’amata. Un addio alla guerra attraverso la personale diserzione dopo la rotta di Caporetto, in cui il protagonista stipula una sua personale pace in tempo di guerra.
“La rabbia era stata lavata via nel fiume insieme agli obblighi. Anche se quelli erano cessati quando il carabiniere mi aveva preso per il colletto. Avrei voluto togliermi l’uniforme anche se non mi importava molto delle forme esteriori. Avevo strappato le stellette, ma l’avevo fatto per convenienza. Non era un punto d’onore. Io non ero contro di loro. Ero fuori. Auguravo loro ogni fortuna”.
E il secondo addio è quello all’amore, o meglio, la perdita dell’innamorata. Ecco, sull’innamoramento occorre soffermarsi. In Addio alle armi l’amore per Catherine, ausiliaria in servizio e supporto alle infermiere presso gli ospedali prossimi al fronte, vive di progressive evoluzioni, mutazioni. Di base rimane, almeno all’inizio, un gioco. Una necessità, un’obbligo, un gioco, per fuggire in qualche modo alle brutture della guerra vissuta in prima persona.
“Sapevo che non amavo Catherine Barkley e non avevo alcuna intenzione di innamorarmi di lei. Era un gioco, come il bridge, in cui anziché giocare delle carte dicevi delle cose. Come nel bridge dovevi fingere di giocare per soldi o per qualche altra posta. Qui nessuno aveva stabilito qual era la posta. Per me andava bene così”.
Il rapido susseguirsi dei fatti d’armi determinano, per converso, un cambio d’atteggiamento di Henry rispetto alla relazione con Catherine. Rimarrà però sempre quel carattere di necessità, di emergenza e non più di gioco, ma pur sempre privo di un’autentico slancio intimo di spirito. Non sarà mai amore, sarà necessità pur con il variare dell’intensità. Il protagonista nelle sue avventurose traversie svilupperà un sempre maggiore trasporto nei confronti di Catherine intesa come estremo lembo presso cui trovare accoglienza e rifugio.
In Addio alle armi si vedono in azione due potenti meccanismi di destrutturazione semantica legate al trauma, in questo caso quello della guerra. La prima comporta il rifiuto della retorica militarista in tutte le sue forme, e difatti Addio alle armi è considerato uno tra i libri manifesto di denuncia contro l’assurdità della guerra. E poi il concetto di amore, riportato alla dinamica di una cruda necessità e contingenza rispetto agli accadimenti della vita, liberato dalla sovrastruttura degli orpelli romantici.
Il romanzo è una delle opere in cui Hemingway al meglio da prova delle sue peculiarità di scrittore. I dialoghi serrati in cui è bandito l’inutile, la scrittura riportata alla sua essenzialità, la fisicità dello scrittore stesso che impregna la pagina nel racconto di battaglie, della convivenza con i commilitoni, la descrizione dell’ambiente naturale circostante, il fango, la pioggia, la stessa fatica fisica del protagonista – e si pensi alla traversata del lago per giungere in Svizzera.
Ecco allora che Addio alle armi oltre ad essere un grande romanzo per la modalità con cui Hemingway affronta i temi cardine della guerra e dell’amore, impone, sopra questi, la voce matura dell’autore. Il suo senso della realtà, il vitalismo, la descrizione della natura che, nei fatti, determina anche un cambio di ritmo, di velocità, nella scrittura e nella pagina. E ancora, con Addio alle armi Hemingway si confermerà tra i rappresentanti di spicco di quella génération perdue – come la definì Gertrude Stein. L’assurdo della guerra non aveva risposta, poteva essere descritto, raccontato per quello che era come se la macchina per scrivere non fosse altro che una cinepresa portata indosso dall’autore durante le sue peripezie.







