La prima sera che andai nella casa di Gatsby ero probabilmente uno dei pochi ospiti veramente invitati. Le persone non erano invitate: andavano. Salivano su macchine che le trasportavano a Long Island e qui, chissà come, finivano alla porta di Gatsby. Arrivati lì, si facevano presentare da qualcuno che conosceva Gatsby, dopodiché si comportavano secondo il galateo appropriato a un parco divertimenti.
Pubblicato il 10 aprile del 1925 dall’editore newyorkese Scribner, Il grande Gatsby è il romanzo manifesto di un’epoca, quella che negli Anni Venti venne definita la Jazz Age. Una stagione vissuta senza sconti dallo stesso Fitzgerald assieme ad autori del calibro di Hemingway, Steinbeck e Dos Passos, solo per citarne alcuni. Uomini appartenuti a quella génération perdue di scrittori poeti e drammaturghi in cui disillusione, ricerca frenetica di vitalità e piacere, esibizione di sfarzo, incertezza sul futuro prossimo andavano a sovrapporsi e a mescolarsi trasformando gli anni del primo dopoguerra in uno stato dell’anima.
E Il grande Gatsby è immerso in quel mondo. Racconto senza ipocrisie di una stagione irripetibile in cui molto vi è di autobiografico poiché lo stesso Fitzgerald, nella sua esistenza, oscillerà tra gli eccessi e le rinunce dei protagonisti.
Una smodata ansia di libertà, l’umore dei partecipanti alle feste di Gatsby, che prenderà corpo a Long Island, un’isola che guarda New York. Lì vi risiedeva l’upper class newyorkese. Un’umanità ricca che rincorreva se stessa nelle feste sfavillanti e dove le orchestre jazz, i flûte di champagne, dettavano anche una rivoluzione nel campo della moda, soprattutto in quella femminile. Capelli dal taglio corto, abiti leggeri e colorati ricamati con perline e strass che permettevano di seguire il ritmo della nuova musica cha andava ad imporsi. E con essa una nuova figura femminile, libera dai corpetti che ingessavano movimenti e aspirazioni e pulsioni. Adesso si poteva ballare freneticamente, fumare e bere. Era sdoganata una rincorsa alla felicità senza né freni né inibizioni.
Il protagonista è Jay Gatsby. Un uomo misterioso, vicino di casa di Nick Carraway ovvero la voce narrante del romanzo, e padrone di un palazzo che ricordava qualche Hôtel de Ville della Normandia. Nick ha affittato una villa su un lato dell’isola chiamato West Egg questo «luogo elegante» senza precedenti che Broadway aveva creato su un villaggio di pescatori di Long Island. Sulla costa che fronteggia la dimora di Carraway e di Gatsby, diviso da una piccola baia, si apre l’East Egg con altre abitazioni sfavillanti tra le quali quella in cui vive la cugina di Nick, Daisy, insieme al marito, Tom Buchanan. Sarà l’amore perduto e sempre rimpianto di Gatsby nei confronti di Daisy, sbocciato prima dell’inizio della guerra, a guidare le azioni del giovane avventuriero. Le facili fortune economiche, frutto di attività illecite tra le quali il contrabbando, siamo nel pieno del proibizionismo, permisero a Gatsby di realizzare il suo progetto. Diventare ricco e arricchirsi per aver le carte in regola per poter ambire all’amore di Daisy, giovane donna benestante il cui futuro sentimentale era in qualche modo riservato alla limitata cerchia del suo ambiente sociale, a chi poteva permettersi di prendersi cura di lei. E qui si ritrova un’altro elemento autobiografico di Fitzgerald, in un continuo gioco di specchi e rimandi tra realtà e romanzo. Povertà, sentimenti, ambizione, relazioni amorose e affettive condizionate dal prestigio sociale. La vita stessa di Fitzgerald.
Nel romanzo rimane l’eco senza tempo della lotta di un uomo, Gatsby, che cerca di opporsi al divenire del tempo, rimanendo ancorato al passato. L’esito? Una sconfitta in qualche modo annunciata sin dalle prime pagine.
– Non si può ripetere il passato? – fece lui incredulo. – Ma certo che si può!
[…]
Parlò molto del passato, e ne dedussi che cercava di ritrovare qualcosa, forse un concetto di se stesso che era scomparso nell’amore per Daisy. Da allora la sua vita era stata confusa e disordinata; ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava…
Ecco, il peccato fondamentale che segnerà Gatsby sarà il non arrendersi all’inesorabile. Al tempo che lentamente fugge alla sua e alla nostra vita. Una lotta impari. Straziante. Se il tempo che è stato, gli affetti e le persone che lo hanno abitato, sono come il riflesso di una luce – la luce verde – possiamo allora paragonarla a quella emanata da stelle ormai definitivamente spente e che scorgiamo, tra le altre, ancora brillare alte nel cielo.
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia…e una bella mattina..
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.
Titolo : Il grande Gatsby
Autore : Francis Scott Fitzgerald
Pagine : 168
Prezzo : 10,00 €







